.

Serie C tra costi e classifica: quanto pesa davvero il monte ingaggi?

di Laerte Salvini

Nel dibattito sulla sostenibilità della Serie C 2025/26, il dato economico più evidente è il monte ingaggi complessivo: quasi 199 milioni di euro lordi tra emolumenti fissi, premi e diritti di immagine. Ma la vera domanda, in ottica sport business, è un’altra: quanto incide realmente la spesa salariale sulla competitività? L’analisi incrociata tra budget e classifica restituisce un quadro meno lineare di quanto si possa immaginare. Nel Girone A, il primato del L.R. Vicenza (69 punti in 28 gare, media 2,46 punti a partita) è coerente con un monte ingaggi superiore ai 6,5 milioni. La capolista ha vinto il 75% delle partite (21 su 28), segnando 48 reti e subendone appena 15: miglior attacco e miglior difesa. Qui la relazione tra investimento e rendimento appare diretta. Stesso discorso, con numeri diversi, per il Benevento nel Girone C: 64 punti, 62 gol segnati (2,21 a partita), differenza reti +42. Anche in questo caso il monte ingaggi oltre i 10 milioni trova una corrispondenza nella superiorità tecnica.

Tuttavia, il sistema si incrina appena si allarga lo sguardo. Il caso più emblematico è quello dell’Ospitaletto: penultimo budget del campionato (circa 664 mila euro), ma 32 punti in 28 giornate, piena lotta salvezza con una differenza reti di -1. Se rapportiamo i punti al costo complessivo, l’Ospitaletto produce circa 48 punti per ogni milione investito: un indice di efficienza straordinario rispetto a club che, con oltre 6 milioni di spesa, viaggiano su coefficienti inferiori a 10.

Significativo il dato del Novara (oltre 4 milioni): 35 punti, appena uno in più rispetto ai seriani dell'AlbinoLegge. In termini percentuali, il Novara ha investito circa il 70% in più rispetto all’AlbinoLeffe per ottenere un rendimento pressoché identico. Nel Girone B, l’Arezzo guida con 62 punti e un monte superiore agli 8 milioni: 19 vittorie su 26 partite (73% di successi), 46 gol fatti e 16 subiti. Qui l’investimento coincide con la leadership. Ma subito dietro il Ravenna (circa 4,6 milioni) mantiene un distacco contenuto con una spesa inferiore di quasi il 45% rispetto alla capolista.

Il Girone C amplifica il divario. Il Catania, con oltre 14 milioni, occupa il secondo posto a quota 59, media 2,10 punti a gara. Il Salernitana, con un investimento superiore ai 10 milioni, è terza a 50 punti (1,78 di media). Eppure il Cosenza, con circa la metà della spesa del Catania, rimane in scia con 47 punti. La differenza percentuale di investimento supera il 100%, quella di rendimento si ferma sotto il 20%.

La forbice tra primo e ultimo budget (14,2 milioni contro 664 mila euro) è superiore al 2.000%. Ma la classifica non presenta uno scarto altrettanto verticale. Significa che il capitale umano in Serie C non è una variabile lineare: la qualità della programmazione incide quanto, se non più, dell’esborso lordo. Emblematico anche il dato Coppa Italia. La finale sarà disputata da Latina (circa 2 milioni di monte ingaggi) e Potenza (poco più di 4 milioni). Nessuna delle due appartiene al gruppo delle big spender. Il Latina, in particolare, opera con un budget inferiore a molte squadre stabilmente fuori dalla zona playoff. Ciò conferma come le competizioni a eliminazione diretta riducano l’impatto della profondità della rosa e valorizzino organizzazione, intensità e continuità tattica.

Se si analizza il rendimento medio, emergono tre cluster chiari: le “corazzate” sopra gli 8 milioni che viaggiano oltre i 2 punti a partita; una fascia intermedia tra 3 e 6 milioni che oscilla tra 1,4 e 1,8 punti; e un’area sotto i 2 milioni che, sorprendentemente, non è sinonimo automatico di retrocessione. Il Virtus Verona e il Carpi, pur con budget inferiori al milione, restano competitivi in termini di equilibrio finanziario. Un ulteriore indicatore utile è il costo medio per punto conquistato. Il L.R. Vicenza, con circa 6,5 milioni e 69 punti, sostiene un costo lordo di poco inferiore ai 95 mila euro per punto. Il Catania, con oltre 14 milioni e 59 punti, supera i 240 mila euro per punto. La forbice è superiore al 150% e racconta come l’efficienza gestionale incida profondamente sulla resa dell’investimento sportivo. In questo senso, club di fascia media come Lecco o Monopoli mostrano un equilibrio interessante tra spesa e rendimento.

Infine, va considerata la struttura del costo. L’incidenza dei premi contrattuali, in alcune società superiore al 30% del totale, rappresenta una forma di mitigazione del rischio: si paga di più solo in presenza di risultati. Dove invece prevale la componente fissa, l’esposizione finanziaria aumenta e la mancata promozione può trasformarsi in un appesantimento strutturale del conto economico. In un campionato senza paracadute automatici e con ricavi televisivi contenuti, la sostenibilità non è un dettaglio ma una condizione imprescindibile. La Serie C, oggi più che mai, è un laboratorio di economia applicata allo sport.