Manzo a 360°: "L’Arezzo è un miracolo che dobbiamo continuare a costruire insieme"
In un periodo cruciale per la storia recente dell’Arezzo, dove il club sta ridefinendo la propria essenza sia dentro che fuori dal campo, il presidente Guglielmo Manzo emerge come figura centrale e affidabile. Con una miscela unica di lungimiranza, concretezza, senso di appartenenza e impegno quotidiano che supera di gran lunga i semplici doveri istituzionali, Manzo ha saputo guidare la società passo dopo passo: dal ritorno tra i professionisti fino alle attuali ambizioni di vertice, sempre con chiarezza e determinazione. Nell’ampia conversazione concessa ad Amaranto Channel, il presidente ha toccato con franchezza tutti i nodi principali del momento attuale e delle prospettive future: dalle questioni legate allo stadio alla marcia in campionato, dal rilancio del settore giovanile all’operato del direttore sportivo Nello Cutolo, senza dimenticare il legame con la tifoseria e l’inserimento in organico di elementi storici come Jacopo Dezi. Ne esce un ritratto autentico, senza filtri, che riflette pienamente la passione di un presidente che vive l’Arezzo con intensità ogni singolo giorno.
Lo stadio e la corsa in campionato - «Siamo fiduciosi che nelle prossime settimane si possa arrivare al Consiglio comunale decisivo, quello che darà il via a un’opera che per Arezzo rappresenta il progetto più importante degli ultimi anni. Per quanto riguarda il campo, restiamo con i piedi per terra. Sette punti sono un bel margine, ma abbiamo ancora gli scontri diretti con tutte le principali squadre del campionato. Dobbiamo essere sereni e continuare a fare il nostro. Ai ragazzi ripeto sempre che dobbiamo considerarli tutti più forti di noi: solo così possiamo dimostrare sul campo quanto valiamo davvero. La partita con il Ravenna? Sono abituato a ragionare al contrario: noi giochiamo con il Carpi, poi ci fermiamo mentre loro scendono in campo. Per questo il 1° marzo può diventare una data importante, forse decisiva se il distacco resterà significativo. Resta però un campionato falsato: arriviamo a quella sfida con una partita in meno, e non è affatto piacevole. Sarebbe stato più corretto giocare la nostra gara con il Rimini, così come loro avrebbero dovuto fare all’andata. Ricordo che noi abbiamo tre punti in meno e loro avrebbero dovuto conquistarli sul campo: questa è la vera differenza, e questi sono i danni che ci siamo ritrovati addosso. Ci sono regole da riscrivere, soprattutto quelle sulla garanzia della continuità dei progetti sportivi. Ogni anno ci sono due o tre defaillance, e a fine stagione se ne aggiungono altre: significa che qualcosa non funziona. Le norme vanno riviste insieme ai proprietari dei club, altrimenti diventa difficile capire la direzione da prendere. Quando sono entrato nel calcio non conoscevo nulla di questo mondo. Pensavo fosse un’azienda come le altre, una in più o una in meno. Invece mi sono reso conto che una società calcistica vale almeno dieci aziende normali, con problemi amplificati in modo incredibile. La cosa che più mi ha sorpreso è tutta la metodologia dello staff tecnico. Da tifoso, pur avendo seguito il Napoli per tanti anni, non immaginavo questa complessità. Ogni giorno scopro qualcosa di nuovo. L’altro giorno, per esempio, il mister mi ha detto che ci saremmo allenati due giorni alle Caselle. Gli ho chiesto perché, e mi ha spiegato che altrimenti avremmo rovinato il campo di Rigutino. Non ci avevo mai pensato. È un continuo aggiornarsi, ma è bello: si imparano cose nuove e mi diverto. L’emozione di vedere finita un’opera è grande, ma non è paragonabile a quella di vincere una partita della propria squadra. Faccio un esempio personale: ho un nipote di otto anni che mi segue negli stadi da quando ne aveva tre. Ne avrà visti almeno 120. Lui tifa Roma, io tifo Napoli: ogni volta è uno scontro. Ma quando andiamo a vedere l’Arezzo è diverso. Lo vedo emozionarsi, e capisco che è un’altra cosa, perché la vivi in modo completamente differente».
Il lavoro del direttore Cutolo - «Nello sta facendo un percorso straordinario. Ha un modo unico di leggere i giocatori e una dote particolare: riesce a farmi fare nottate in bianco. Spesso, quando finisco di lavorare verso le 18.30-19, lo chiamo: “Nello, tutto a posto?”. E lui mi dice: “Stavo pensando a un giocatore, vattelo a vedere”. È diventata una routine, con mia moglie che puntualmente si arrabbia perché passo ore a guardare video e partite. Il problema è che non ci capisco molto, quindi cerco di farmi un’idea, ma poi mi rendo conto che lui ha già individuato l’uomo e la tecnica giusta, che sono fondamentali. Alla prima telefonata, per me, un giocatore deve dire subito che vuole venire all’Arezzo. Quando iniziano i tentennamenti significa che forse non hanno tutta questa voglia di arrivare in una città bella come la nostra, in una squadra forte, competitiva e sana. Poi è chiaro che ci sono eccezioni: a volte un calciatore ha bisogno di confrontarsi con la famiglia, capire esigenze personali, soprattutto quando ci sono moglie e figli. In qualche caso è stato lo stesso Nello a chiedermi di pazientare, perché io su queste cose non sono molto paziente. Ma mi ha fatto capire che ci sono dinamiche che vanno oltre il semplice trasferimento: un figlio che va a scuola, una situazione familiare particolare… sono aspetti che sto imparando giorno dopo giorno. Ha fatto un lavoro pazzesco nel migliorare la squadra. Come diceva lui, il gruppo era già importante, ma c’erano piccole cose da aggiustare e secondo me le ha sistemate in maniera egregia. Sono convinto che si sia mosso prima scegliendo gli uomini e poi i calciatori. Inserire elementi nuovi in un gruppo così sano non era facile, eppure se li vedi a tavola sembrano conoscersi da vent’anni. È molto bello. Credo che abbiamo fatto un bellissimo mercato, mirato a dare quel 10-15% in più che serviva per non arrivare corti in determinate situazioni, tra squalifiche e infortuni. Nel girone d’andata abbiamo avuto un centrocampo massacrato dagli stop. Speriamo che la situazione migliori: non parlo di sfortuna, ma è evidente che non siamo riusciti praticamente mai ad avere tutti. La partita più importante dopo dieci mesi l’abbiamo giocata senza un elemento fondamentale, e abbiamo avuto due attaccanti centrali fuori. Il nostro percorso è stato costruito sul famoso “gioco delle coppie”: speriamo di arrivare sereni fino alla fine del campionato».
Il settore giovanile - «Quando siamo arrivati, il settore giovanile era stato di fatto dato in subappalto a una terza struttura. L’Arezzo, pur essendo una società professionistica, non aveva un vivaio proprio. Da lì abbiamo deciso che dovevamo ricostruirlo. Non abbiamo ancora completato un percorso straordinario, perché i processi richiedono tempo: ci sono voluti due anni solo per risalire e rimettere in piedi un’organizzazione credibile. Portare i ragazzi ad Arezzo quando sei in Serie D è un conto; farlo quando sei in Serie C, tra i professionisti, è tutta un’altra storia. Il livello si alza, le aspettative crescono. Nonostante questo, abbiamo già diversi giovani che sono stabilmente con la prima squadra e fanno la differenza. Altri sono in prestito in Serie D e stanno disputando campionati importanti. Questo significa che, pur lavorando ancora al 50% del nostro potenziale sul settore giovanile, siamo riusciti a tirare fuori profili interessanti, ragazzi che a rotazione arrivano in prima squadra».
Il rapporto con i tifosi - «Dobbiamo distinguere un po’ le componenti della nostra tifoseria, ed è giusto farlo. Sapete quanto io sia schietto: non giro intorno alle cose, è sempre stata la mia fortuna. La curva è fantastica: ci segue ovunque e in casa fa davvero la differenza. È giusto dirlo. E ovviamente ci rimaniamo male quando non entrano o quando prendono decisioni difficili, ma fanno parte delle loro scelte. Noi le rispettiamo e, anzi, in alcuni casi le sottoscriviamo, perché certe prese di posizione sono state importanti. C’è però una parte della città che sembra non accorgersi che fino a oggi abbiamo compiuto un miracolo. I miracoli non durano per sempre, ma qualcosa di importante lo abbiamo fatto. Non so dove arriveremo, non so se ce la faremo: questo non lo sa nessuno. So solo che la nostra programmazione, il nostro modo di lavorare e di interpretare il calcio ci hanno portato fin qui. Eppure sembra che una parte della città sia assopita, come se desse tutto per scontato: Abbiamo bisogno di tutti. In primis della curva, che è fondamentale. Ma abbiamo bisogno anche di uno stadio pieno. Non solo per un fattore economico – che comunque aiuta – ma per il colpo d’occhio. Una squadra prima in classifica, con sette punti di vantaggio, che fa meno di tremila ingressi non è una bella immagine. È vero: abbiamo uno stadio fatiscente, e quando piove si esce completamente bagnati. Gli orari in cui si gioca – non solo noi, ma tutti – sono devastanti. Mettendo insieme tutte queste attenuanti, perdiamo una parte importante del pubblico. Ma da presidente spero, per la prima volta in sei anni, di vedere il Comunale sold out».
Il nuovo ruolo di Jacopo Dezi - «Jacopo è uno che incarna davvero il senso di appartenenza. È stato mesi fuori dallo spogliatoio, per modo di dire, perché era sempre presente: veniva in trasferta, seguiva le partite, e appena finiva le terapie stava subito con i compagni. Quando lui e il direttore si sono resi conto che il rientro sarebbe stato molto difficile – perché l’infortunio non era uno scherzo, anzi era qualcosa di serio – mi hanno chiamato. Ci sono voluti venti secondi per dirci che, essendo uno di noi, dovevamo trovargli una collocazione giusta. E così è stato. Jacopo aveva il desiderio di iniziare un percorso al fianco di Nello, e lo abbiamo accontentato. In questo modo ci costruiamo in casa quei tasselli fondamentali che servono a un club: Fabio Foglia, oggi Jacopo. Una società non cresce solo vincendo le partite: cresce prima come struttura, e poi arrivano i risultati. Non si costruisce nulla senza basi solide. E questi sono uomini che servono alla società. È stata una scelta bella, che ho condiviso subito. Per me è il giusto proseguimento per chi si è meritato il nostro rispetto, e Jacopo se l’è guadagnato dimostrando serietà e un grande lavoro. E poi, con Nello che lo segue… Nello è giovane, ma sa il fatto suo»."