La parabola di Bellusci: dall'Ascoli in A al lavoro di cameriere nel weekend
C’è un calcio che finisce sotto i riflettori, tra contratti, agenti e palcoscenici internazionali. E ce n’è un altro che scorre lontano dalle luci, fatto di scelte personali, rinunce e dignità. La storia recente di Giuseppe Bellusci appartiene a questa seconda categoria: una parabola che racconta molto più di una carriera sportiva.
Difensore centrale classe 1989, Bellusci ha attraversato il calcio professionistico italiano con continuità e personalità. Serie A, Serie B, Serie C, oltre cento presenze nel massimo campionato, piazze importanti, dall'Ascoli al Catania, dal Palermo al Monza. Oggi, però, il suo presente parla una lingua diversa: campi dilettantistici e un lavoro lontano dal pallone per riuscire a mantenersi.
Cresciuto nelle file dei bianconeri marchigiani, Bellusci si impone giovanissimo tra i professionisti. A 17 anni gioca con continuità in Serie B, attirando l’interesse dei grandi club. La Juventus lo segue da vicino, lo osserva, lo considera un profilo di prospettiva. La chiamata, però, resta sospesa.
Il passaggio nelle file etnee in Serie A segna una svolta: Bellusci accetta non per ambizione personale, ma per aiutare il club che lo ha lanciato, l’Ascoli appunto, in un momento economico delicato. Da lì una carriera solida, fatta di presenze, affidabilità e numeri che lo rendono – come lui stesso rivendica – uno dei pochi difensori italiani della sua generazione a superare quota cento partite in Serie A.
Eppure qualcosa si inceppa.
Nel racconto offerto da Bellusci ai microfoni di Sportium.fan c’è un filo conduttore che ritorna: il rifiuto dei compromessi. Rapporti difficili con il mondo dei procuratori, scelte non allineate alle dinamiche dominanti, una carriera portata avanti senza voler “entrare nel sistema”.
Una posizione che, nel calcio italiano di quegli anni, ha un prezzo. Senza un agente in uno dei momenti più delicati del percorso professionale, Bellusci si ritrova improvvisamente fuori dal giro. Nonostante l’esperienza e le presenze in Serie A, per continuare a giocare deve guardare all’estero (e infatti finisce al Leeds United). In Italia, semplicemente, non arriva più una chiamata.
Una frattura che segna il resto del percorso.
Il presente è lontano dal glamour del calcio che conta. Dopo l'esperienza in Serie D con la Recanatese, Bellusci ha firmato da poco con il Monticelli, in Promozione. Continua a sentirsi un calciatore, ma sa bene dove si trova. Per vivere, però, il campo non basta.
Così, accanto agli allenamenti e alle partite, c’è un’altra realtà: il lavoro da cameriere nei fine settimana, la ricerca di un’occupazione quotidiana, la disponibilità – dichiarata senza imbarazzo – ad andare in fabbrica se necessario. Nessuna rendita, nessun rimpianto ostentato. Solo la consapevolezza di aver fatto errori, ma anche di non aver mai tradito se stesso.
“L’unica vera vergogna è rubare”, è il concetto che attraversa il suo racconto. E Bellusci rivendica di non averlo mai fatto, dentro e fuori dal campo.
Il calcio resta il suo orizzonte. Bellusci si vede allenatore, uomo di campo, non dirigente né procuratore. Sa che anche lì esistono dinamiche complesse, ma accetta l’idea di ripartire dal basso, senza scorciatoie.
Se arriverà un’opportunità, la giocherà come ha sempre fatto: frontalmente. Altrimenti continuerà a lavorare, lontano dai riflettori, con la stessa dignità con cui ha difeso per anni l’area di rigore.
Nel mondo del calcio, dove spesso si raccontano solo successi e carriere lineari, la sua resta una storia scomoda. Proprio per questo, profondamente vera.