Sabatino: "Dopo due anni di sacrifici a Trapani, nessuno mi è stato vicino"
Anima, cuore e appartenenza. Ci sono storie che non si spiegano con i numeri, ma che nei numeri trovano comunque una traccia concreta di ciò che sono state. Ottantotto partite ufficiali, tre gol, un assist e chilometri infiniti macinati sulla fascia: Sergio Sabatino non è stato soltanto un giocatore del Trapani, ma uno dei simboli più autentici della recente rinascita granata. Capitano, leader, riferimento dentro e fuori dal campo, protagonista della cavalcata trionfale in Serie D e testimone diretto di un presente ben più complesso.
Oggi, a distanza di mesi dall’addio maturato a fine settembre, Sabatino torna a parlare e lo fa senza filtri. Ripercorre la stagione difficile del Trapani, analizza le scelte che hanno inciso sul percorso del club e racconta il proprio vissuto personale, tra orgoglio, amarezza e un legame con la piazza che resta intatto. Dal passato recente fino a uno sguardo sul futuro, l’ex capitano granata si racconta a 360 gradi ai microfoni di TuttoC.
Chi più di te può descrivere cosa sta vivendo la piazza in questa stagione?
“Sicuramente mi dispiace vedere il Trapani in queste posizioni, soprattutto dopo il primo anno dove c'era tanta speranza e tanta voglia di rialzarsi a Trapani su entrambi i fronti, sia a basket che a calcio. Io mi soffermo sul calcio perché è quello che conosco sicuramente meglio. La piazza in questo momento è sicuramente rimasta male per tutto quello che è successo durante la seconda parte dell'anno scorso e tutto quest'anno. È una piazza che vive di calcio, che vive il calcio a 360 gradi, una piazza calorosa, una piazza fantastica. Vedere uno stadio così vuoto mi spezza il cuore letteralmente.”
Dopo il trionfo in Serie D, cosa non ha funzionato quest'anno, al netto anche della penalizzazione?
“Il primo anno di Serie D che abbiamo fatto record su record è stato un anno fantastico, dove abbiamo riportato entusiasmo in una piazza. I tifosi sono stati per noi il dodicesimo uomo in campo tutte le volte, ogni domenica. Insieme abbiamo raggiunto traguardi importantissimi. Anche se era Serie D, quell'anno si respirava un'aria devastante. Eravamo tutti pronti a questa rinascita, sia noi che loro. Il secondo anno, si è puntato su altri ragazzi forti, perché i ragazzi che sono venuti erano tutti forti, tutti da campionati importanti, avevano vinto l'anno prima. La scelta della società è stata quella di rinforzare sicuramente questa rosa, ma non ha rispecchiato quelle che erano le aspettative della società, perché la società comunque ha l'obiettivo di vincere il campionato di nuovo. La Serie C rispetto alla Serie D è un altro mondo, quindi non è così semplice per come dicevano. Da lì sono iniziate una serie di problematiche, andando sempre a costruire qualcosa di nuovo che potesse migliorare la rosa. Sono stati fatti errori su errori e poi tutto è crollato in questa stagione, dove comunque si è partiti con una forte penalizzazione. Già era una partenza con delle difficoltà. Poi durante la stagione sono arrivati tutti questi punti, quindi chi è stato lì dentro sa che non è semplice. Purtroppo i ragazzi si sono trovati in una stagione difficile.”
Questo clima è stato uno dei motivi che ti hanno spinto a non restare?
“No, ma io non è che non sono voluto restare. A luglio mi sono presentato per le consuete visite mediche, poi ho avuto un problema durante le visite mediche. Lì non ho sentito la vicinanza. Dopo due anni che ho fatto il capitano, dopo tutto quello che ho fatto io a Trapani, perché chi è stato lì dentro sa quanto io ho dato, non in campo soltanto, ma anche fuori dal campo. Dopo due anni di sacrifici miei e importanti, nessuno mi è stato vicino. Mi hanno chiesto di rescindere il contratto con la promessa che nel momento in cui sarei stato idoneo avrei ripreso il mio posto. Io da signore quale sono stato ho rescisso il contratto, poi nel momento in cui sono stato idoneo nessuno mi ha più risposto al telefono.”
È così difficile fare calcio in piazze come Trapani?
“Fare calcio a Trapani dovrebbe essere una delle cose più semplici di tutte. Perché arrivi in una città fantastica, una città di mare, una città dove non ci sono pressioni esagerate durante la settimana. Però poi la domenica quando giochi c'è uno stadio pieno. Il problema secondo me è stato che tutte le figure che sono venute a lavorare a Trapani non l'hanno fatto per amore nei confronti del Trapani. L'hanno fatto soprattutto per uno scopo di lucro, perché comunque quello è stato. Io quando parlo non sono uno che le manda a dire, non sono uno social, non sono uno che parla dietro. Quando dico determinate cose è perché le ho vissute. Chi doveva programmare, ma non mi riferisco al Presidente, mi riferisco a tutto quello che c'è stato dietro, non è stato in grado di programmare bene, quindi è diventato tutto difficile. Io ho girato non so quante piazze in Italia: se devo sentire che Trapani è una piazza difficile mi viene il voltastomaco. Trapani è una piazza dove si potrebbe fare tantissimo. Perché il primo anno è stato così, perché gli anni di Morace sono stati così, perché quando si è sfiorata addirittura la Serie A è stato così. Non vedo il motivo per cui non dovrebbe essere così anche oggi. Tutto quello che c'è stato intorno non l'ho condiviso e non l'ho mai accettato. A chi mi riferisco penso che lo sappiano. Non si è fatta una scelta per programmare un futuro del Trapani, ma una scelta sul presente per uno scopo di lucro e di successo personale, senza guardare a quello che poteva essere l'obiettivo della città.”
Che differenze hai visto con realtà come Casertana?
“Caserta è un posto dove il presidente ci mette anima e cuore, dove c'è una famiglia dietro, dove l'ambiente è diverso. È quello che dovrebbe esserci anche a Trapani. Il presidente del Trapani ha investito sicuramente cifre importanti nel calcio e nel basket, però le persone che giravano intorno a lui non sono persone che l'hanno voluto aiutare, ma persone che gli hanno sempre detto di sì perché gli conveniva in quel momento, senza aprirgli gli occhi su quello che stava succedendo. Questo purtroppo è il momento che sta vivendo Trapani adesso. Sicuramente quelli più penalizzati sono i tifosi, perché vivono di calcio. Una piazza come Trapani non merita assolutamente quello che sta vivendo. Se sono arrivate decisioni così forti da parte dei tifosi di non entrare più allo stadio, avranno i loro motivi. Io so quanto tengono alla squadra e quanto in questi anni sono stati sempre accanto a noi.”
Qual è il ricordo più bello e il rammarico più grande?
“Sicuramente il momento più bello è stata la vittoria del campionato di due anni fa. Io a Trapani ci avevo giocato nel 2012, quando si sfiorò per la prima volta la Serie B. Ero giovane e quando me ne sono andato è stato un colpo al cuore, perché non sono riuscito a vincere un campionato che dovevamo vincere. In tutti questi anni il mio pensiero era sempre quello di tornare a Trapani e provare a vincere. E ci sono riuscito nel 2024, vincendo un campionato e facendo record su record. Quello che abbiamo fatto in Serie D non è semplice per nessuno: 30 vittorie, 4 pareggi, una difesa incredibile, miglior attacco, abbiamo vinto anche la Coppa Italia. È stato un anno devastante, quello che sognavo. Il rammarico è per la seconda parte della scorsa stagione, dove la situazione è un po' sfuggita di mano. Mi dispiace per come è finita, ma io a Trapani ho dato il cuore e mi sono sempre comportato da signore. La cosa che mi gratifica di più è che tutti i miei compagni, tutte le persone che lavorano e hanno lavorato lì dentro, i fisioterapisti, i magazzinieri, tutti hanno riconosciuto in me la figura di capitano e leader. Questa è la cosa che mi porterò per sempre dentro. Poi quello che pensano altre persone non mi interessa: conta quello che ha pensato la piazza, la curva e i miei compagni.”
C’è spazio per un tuo ritorno in futuro?
“Io mi auguro che la situazione possa sistemarsi, perché so quanto è difficile partire dal basso e arrivare dove è arrivato il Trapani adesso. So quanti sacrifici servono. Ma in ogni caso io per Trapani giocherei anche in Terza Categoria. Per me Trapani non è una questione di categoria: è casa. Lì ho lasciato il cuore. Se mi dovessero chiamare in qualsiasi momento, io risponderei presente.”