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Ultimo giro di giostra, è sul mercato la vera riforma (anche per la C): perché la Serie A non compra più in Italia?

di Ivan Cardia

Il teatro dei sogni è arrivato all’ultimo atto. Via alle 20 ore (visto che l’editoriale esce a mezzanotte, a chi legge il compito di fare il countdown) dell’ultimo giorno di mercato, quello in cui chi è ancora in ritardo con i compiti a casa cerca di arraffare quel che può. Da domani, arriverà il tempo delle analisi e delle pagelle, tutte poi sottoposte al giudice supremo, il campo. Lì dove, resta apertissimo soprattuto il girone C, mentre gli altri due sembrano aver trovato una loro fuga. Se ne parlerà, come si parlerà di altre vicende, per esempio quella del Trapani: ho l’impressione che il rinvio sarà l’antipasto della non esclusione dei siciliani, vedremo.

È dal mercato, in un certo senso, che si può partire per una riforma del calcio italiano. Sono giorni in cui proseguono i confronti tra le componenti - il 4 il prossimo - e si studia come lavorare per uscire da un certo immobilismo. Si gioca a carte coperte, una ve la raccontiamo da tempo ed è l’idea di trasformare la C in un campionato semiprofessionistico, che vuol dire in sostanza dilettantismo. Su questo, ho un’altra impressione: qualsiasi riforma strutturale fatta oggi per domani (cioè la stagione 2026/2027) non ha alcuna speranza di attecchire. Devi riformare oggi non per dopodomani, ma per l’anno ancora successivo. L’orizzonte deve essere lontano. L’obiezione più ovvia, e pure veritiera, è che non abbiamo tempo. Però qualsiasi riforma ha bisogno di questioni di principio, e chi vota oggi per domani lo fa inevitabilmente sulla base della convenienza imminente. Ma torniamo alla questione mercato.

Tra tante parole noiose - per dire, la sostenibilità ci avrebbe anche rotto… - ce n’è una che ogni tanto riecheggia. La filiera. Quella italiana dei calciatori è quasi esaurita, ed è difficile trovare le colpe, ma un’idea ce l’ho. Nella stagione sportiva in corso (i dati sono presi da Transfermarkt), la Serie A ha finora acquistato più giocatori dalla francese Ligue 1 (23) che dalla Serie B (22). Dalla C ne sono arrivati appena 7. Paragonando il dato al 2005/2006, vent’anni fa, balza agli occhi un primo aspetto: il volume di mercato del massimo campionato era molto superiore. Ma non c’era alcun dubbio su quale fosse il principale serbatoio: 64 giocatori dalla Serie B, 31 dalla Serie C. Quarto, per la cronaca, il Brasile (10). Il punto? Anzitutto: ci si lamenta spesso della mancanza di talento italiano, ma se non ha sbocchi è normale che sia così. In seconda battuta, e forse anche più importante: è su quegli scambi che si regge a livello economico la piramide del calcio. Se dall’alto non arrivano soldi in basso - e mica per regalia -, diventa tutto asfittico. Le motivazioni? Tante: siamo diventati un cimitero di elefanti, c’è tanta fretta, poca voglia di costruire, ci sono agenti e intermediari vari che sulle trattative con l’estero “mangiano” molto di più e quindi le facilitano. La soluzione? Inserire degli incentivi economici: in parte è già stato fatto, data l’esclusione degli ammortamenti degli Under 23 italiani dai bilanci. C’è poi sempre la solita questione (enorme) di formazione della classe dirigenziale: comprare il pronto, magari mediocre, all’estero, anziché il talentuoso, ma da formare, nelle serie minori, è la fotografia di molte storture del sistema.


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