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Più trasferte vietate per tutti, dalla Serie C alla A. Quant’è complicato fare calcio…

di Ivan Cardia

Il virus si allarga a macchia d’olio. Sarò breve, torno su un vecchio cavallo di battaglia. Da amanti della Serie C, e quindi di un campionato che è la fotografia più nitida dell’Italia siamo, purtroppo, abituati alla trasferta vietata. Spesso in maniera non del tutto intelligibile. Prevenire è meglio che curare, si dice. Spesso gli organi competenti - dello Stato, intendiamoci: le istituzioni sportive, a tutti i livelli, dalla Figc alle Leghe, compresa la Lega Pro, sono semplici spettatori in queste vicende - prevengono un po’ tutto, anche il probabile nulla.

È punitivo, invece, il pugno duro del Viminale su cinque tifoserie di Serie A. Cinque su venti: sono scarso in matematica, ma vuol dire che il 25% dei club del massimo campionato, teoricamente, non può avere i propri tifosi al seguito. Teoricamente, perché poi se una è grande (l’Inter) i tifosi non ce li ha solo in Lombardia, ma non è questo il punto. Il punto è: ci sono dei “tifosi”, virgolette d’obbligo, che si sono comportati molto male (scontri sull’A1, più il petardo di Audero) e paga anche chi non c’entra nulla. Cioè la stragrande maggioranza. Soprattutto, lo Stato ammette: più di tanto non posso fare, ergo decido di non gestire. Che poi sarebbe il ruolo dello Stato, a dire di chiudersi in casa siamo bravi tutti. Perché questo è vietare le trasferte. In C, ripeto, siamo abituati: su TuttoC ne scriviamo da anni. Di settimana in settimana fioccano divieti, e registriamo una sconfitta, quella dello Stato, che semplicemente decide di non fare lo Stato.

È complicato fare calcio, così. Il settore ospiti vuoto non sarà un dramma (in qualche caso è comunque un problema, un mancato incasso non da poco), ma è un vulnus. E, tornando a noi, la rinuncia dello Stato a fare lo Stato fa male anche perché fa di tutta l’erba un fascio: non va allo stadio la famiglia, perché sennò i delinquenti si danno appuntamento in mezzo alla strada e si menano. Le istituzioni sportive, nel mezzo, possono farci poco, nel nome dell’ordine pubblico. Non succede solo per le trasferte vietate: in Sicilia abbiamo appena registrato il rinvio di una partita (Catania-Trapani) perché la Lega aveva avuto l’ardire di programmarla solo due giorni dopo la fine della festa patronale. È l’Italia, bellezza: la situazione, per grave che possa essere, non sarà mai seria.


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