Il fatto della settimana - Addio a Paolo Di Nunno, il vulcanico presidente che ha saputo riscrivere la storia del Lecco regalando la B dopo 50 anni
Nel mondo del calcio italiano, soprattutto in quelle serie minori dove le passioni si accendono con l'intensità di un derby eterno, la scomparsa di Paolo Leonardo Di Nunno rappresenta un vuoto che va oltre i risultati sportivi. Morto improvvisamente il 20 gennaio 2026 all'età di 77 anni per un malore a Cormano, dove risiedeva, Di Nunno non è stato solo un presidente: è stato un personaggio larger than life, un imprenditore pugliese trapiantato al Nord che ha incarnato lo spirito ribelle e passionale del football di provincia. Originario di Canosa di Puglia, classe 1948, la sua vita è stata segnata da avversità superate con tenacia: da ragazzo perse una gamba in un incidente con l'aratro mentre aiutava in campagna, ma questo non lo fermò. Arrivato a Milano da solo, frequentò corsi per invalidi, lavorò duramente – dormendo persino nei mezzanini della metro – e investì i risparmi in imprese, diventando un appassionato giocatore d'azzardo, autoproclamatosi "re dello chemin de fer" nei casinò.
Il suo ingresso nel calcio è stato altrettanto audace. Ha presieduto Canosa e Seregno e nel giugno 2017 ha rilevato la Calcio Lecco 1912 all'asta fallimentare in tribunale, salvando una società sull'orlo del baratro. Da lì, in sette anni mai banali, ha guidato i blucelesti dalla Serie D alla Serie B, culminando nel 2023 con la storica promozione dopo 50 anni esatti di assenza dai cadetti. Una cavalcata epica, sigillata dallo spareggio playoff vinto contro il Foggia (1-2 all'andata, 3-1 al ritorno), che ha fatto esultare un'intera città e ha reso Di Nunno un eroe locale. Ma - come noto - la favola non è durata: la retrocessione in Serie C nella stagione successiva portò polemiche e anche il suo addio nel 2024, dopo aver investito ogni suo avere nel club. Ultimamente, era presidente della Baranzatese, in Promozione, continuando a vivere il calcio con la stessa intensità.
Quello che rende Di Nunno indimenticabile, però, è il suo carattere "sopra le righe", come lo definiva lui stesso: un mix di sfrontatezza, insolenza e schiettezza che lo rendeva scomodo nei salotti del potere calcistico. "Non piaccio ai vecchi tromboni e ci godo", diceva, attaccando senza filtri i potenti del pallone. Memorabile la sua invasione di campo in carrozzina durante una partita contro il Pordenone, per protestare contro l'arbitro: entrò sul terreno di gioco, fece un giro d'onore raccogliendo applausi e rispose al portiere avversario che lo invitava a uscire con un secco "Il campo è mio, l'ho fatto con i miei soldi!". O la lite furibonda con Claudio Lotito: "Fare pace con lui? Come puoi fare pace con una me...a di uomo? Gli ho fatto causa, mi ha fregato 700mila euro". E non dimentichiamo le sue sfuriate al microfono dello stadio contro i tifosi contestatori, o le espulsioni dalla panchina per proteste eccessive. Un uomo che non le mandava a dire, sposato tre volte, padre di otto figli e nonno di tredici nipoti, sempre pronto a scommettere su se stesso e sul calcio.
In una Serie C che vive di storie come questa, Di Nunno ci ricorda che il calcio non è solo business, ma passione viscerale. Il suo Lecco, oggi di nuovo in terza serie dopo la retrocessione, porta impresso il suo marchio: quello di chi ha osato sognare grande, contro ogni pronostico. I funerali, celebrati il 23 gennaio nella chiesa del Buon Pastore a Cormano, hanno visto una folla commossa, inclusi rappresentanti della Curva Nord bluceleste, a rendergli omaggio. Addio, presidente: hai vinto la tua scommessa più grande, lasciando un'eredità che nessun tempo cancellerà.