Ecco perché la partita più importante d’Italia è stata uno spot per la Serie C
Chissà se i playoff ci regaleranno il primo derby d’Italia nella storia della Serie C. Inter U23 e Juventus Next Gen, per ora, non possono incontrarsi. Se accadesse, però, di sicuro non potremmo assistere a una svista arbitrale così grossolana come quella che, sabato sera a San Siro, nella partita più vista e importante del campionato di Serie A, ha portato all’ingiusta espulsione di Pierre Kalulu. Mentre protestava, il difensore francese ha fatto un attimo il segno del VAR. La tecnologia non è intervenuta perché non previsto dal protocollo: a breve cambierà, dai Mondiali in poi ci sarà il check anche sul secondo giallo. Ma in C il problema sarebbe stato risolto in partenza.
Merito del Football Video Support, il fratello “povero” del VAR, rispetto al quale ha ben poco in comune, se non l’apporto tecnologico. Ma una cosa in più: il concetto di challenge, la possibilità per le panchine di chiedere una revisione, è un potenziale punto di non ritorno. Anche meglio del controllo sui gialli che finora era stato escluso perché rischia di trasformare ogni partita in una contesa a singhiozzo. Poi magari gli arbitri - la cui qualità media è in questo momento tremendamente bassa ed è purtroppo un dato di fatto, dalla A in giù - non accettano di modificare la propria decisione su suggerimento dell’allenatore. Però in un episodio così grossolano siamo sicuri che sarebbe accaduto.
Inter-Juve, in sostanza, è stata uno spot per la C e la tecnologia che ha introdotto prima di altri, tra mille difficoltà e costi. Anche polemiche, perché funziona così: si fa polemica su tutto. Però, grazie al FVS, Brambilla ha una possibilità di incidere su eventuali errori arbitrali che Spalletti non ha. È un paradosso, ma anche una risposta a chi dice che sarebbe meglio tornare indietro, a un calcio più casereccio. Affascinante, ma impossibile dopo oltre otto anni: chi chiede meno VAR, in realtà, ne vorrebbe di più. O meglio, come è appunto il FVS in C.