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Il Sannio riabbraccia il cielo: il Benevento e quella Serie B scritta nel destino

di Laerte Salvini

C’è un silenzio particolare che precede le grandi maree, ed è quello che la Benevento calcistica ha abitato per tre lunghi anni, trasformando la polvere delle delusioni nel cemento su cui edificare una rinascita. Il ritorno in Serie B, sigillato nel cuore del catino dell’Arechi, è stato il degno epilogo di un campionato dominato,compimento di un’opera d’arte sportiva pennellata con la pazienza di chi sa che il tempo è galantuomo solo con chi sa aspettare. In un Girone C che somiglia ogni domenica a un corpo a corpo in un’arena soffocante, i giallorossi hanno saputo danzare tra le fiamme, portando a casa ottanta punti in trentacinque giornate, una progressione che profuma di storia e che polverizza ogni precedente primato della compagine sannita in terza serie.

La genesi di questo trionfo risiede nella visione di Oreste Vigorito, un uomo che ha scelto di non arrendersi al declino, investendo non solo risorse, ma soprattutto fiducia in una ristrutturazione profonda. In un solo mese, il direttore sportivo Marcello Carli ha saputo tessere una tela magistrale, portando nel Sannio diciotto volti nuovi e costruendo una spina dorsale d’acciaio. Se l’esperienza di pilastri come Maita e Scognamillo ha garantito il peso specifico necessario nei momenti di tempesta, è stata l’intuizione di affidare il timone ad Antonio Floro Flores a cambiare definitivamente l’inerzia del racconto. Alla sua prima vera prova tra i professionisti, il tecnico ha saputo vestire i panni del fratello maggiore e del fine stratega, normalizzando l’eccellenza e rendendo ogni interprete, dal primo all’ultimo, un tassello indispensabile di un mosaico perfetto.

Mentre il calcio italiano si interroga spesso con affanno sul proprio domani, l’impresa del Benevento offre una risposta silenziosa e potente, capace di restituire speranza. È la dimostrazione che la competenza può convivere con la passione più viscerale, lanciando nel palcoscenico dei grandi prodotti del vivaio come Carfora, valorizzare elementi come Saio,  accanto a certezze granitiche come Vannucchi e Salvemini. Questo equilibrio tra il vigore della gioventù e la saggezza dei veterani ha permesso di mantenere il campo inviolato al Vigorito per quasi un anno, trasformando lo stadio in un tempio dove la sconfitta è diventata un concetto astratto. Il rigore di Salvemini a Salerno, unito al passo falso del Catania contro il Picerno, ha fatto esplodere un grido rimasto strozzato in gola per troppo tempo, restituendo a una provincia intera la propria nobiltà geografica e sportiva.

Oggi Benevento si specchia in una classifica che non ammette repliche, fiera di una squadra che ha saputo segnare per quattordici partite consecutive e che ha saputo vincere con tre turni di anticipo un campionato che molti definiscono, a ragione, un inferno. Ma per i tifosi giallorossi, che oggi cantano sotto le note di una storia che non è affatto un’avventura passeggera, questo traguardo rappresenta la bellezza del calcio che torna a essere possibile. Merito di una società che ha saputo rialzarsi, di un allenatore che ha saputo convincere e di un gruppo di uomini che, prima di diventare eroi, hanno scelto di essere squadra.


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